Comune di Anguillara Veneta

Personaggi: Sicco Polenton (1375/6 - 1446/7)

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Personaggi: Sicco Polenton (1375/6 - 1446/7)
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Alle origini della commedia italiana: Sicco Polenton e Catinia

 

Sicco Polenton 

Sicco Ricci, figlio di Bartolomeo detto Polenton e di Iacopa, nacque a Levico tra il 1375 e il 1376, ultimo di 19 fratelli. Morì a Padova tra il 1446 e i 1447; fu tumulato nella chiesa di S. Leonardo, ora scomparsa.

Il nome Sicco (o Siccone) gli fu dato dal padre in omaggio al signore di Castelnovo e Caldonazzo, chiamato appunto Siccone, del quale era al servizio come capitano militare.
Quando Sicco fu in età di iniziare gli studi il padre, ormai anziano e vedovo, volle trasfersi a Padova per affidare l'educazione del figlio a Giovanni di Conversino da Ravenna, cancelliere della signoria Carrarese. Presso il Ravennate, Sicco apprese la retorica; poi, per proprio conto, intraprese gli studi di filosofia, di fisica e di legge.
Distinguendosi come notaio fu assunto da Novello da Carrara come cancelliere del Comune ed ottenne la cittadinanza padovana.
Il matrimonio lo imparentò con la illustre famiglia degli Anselmini, il che gli permise di dedicarsi con tempo e mezzi allo studio dei classici latini e di inserirsi nel gruppo illustre degli umanisti. Tra le sue opere spicca l'impegnativa De illustribus scriptoribus latinae linguae in 18 libri (la stesura lo occupò dal 1420 al 1435) e l'interessante agiografia S.Antonii Confessoris de Padua vita et miracula (1433).
Quale notaio dei Carraresi fu l'estensore dell'atto, datato 17 giugno 1405, con cui Francesco Novello cedette la Gastaldia di Anguillara ai frati della Basilica di S. Antonio. Questo documento, mediante il quale il Carrarese sanava il debito contratto per far fronte alle ingenti spese della guerra perduta contro i Veneziani, sarà destinato ad avere effetto su Anguillara per quasi seicento anni. Ed è in conseguenza di tale atto che il Polenton venne inviato con compiti amministrativi ad Anguillara dove, in attesa di rientrare in città, probabilmente risentito per il forzato esilio cui fu costretto, ebbe lo spunto per scrivere l'opera che lo ha reso famoso: CATINIA.
Nel 1778 il Collegio dei Notai Padovani, riconoscendo la fama dell'illustre concittadino e collega gli dedicò una statua (la n°39, quasi dirimpetto alla Basilica) in Prato della Valle, ricordandolo, quale autore dell’opera Catinia, come colui “.. qui primus post renatas litteras latinam comoediam restituit”.
statua Statua di Sicco Polenton in Prato della Valle a Padova. Fatta erigere dal Collegio dei Notai Padovani nel 1778, è opera di Pietro Danieletti (1712-1779).
 
Catinia
 
 "Catinia" è una singolare operetta a metà strada tra la commedia, la farsa e il dialogo lucianeo di importanza indiscutibile per essere, a giudizio degli studiosi, la prima commedia umanistico-rinascimentale in ordine cronologico (è stata scritta in latino nel 1419 e volgarizzata nel 1482). Il fatto è rilevante per Anguillara poiché proprio questo paese della bassa padovana costituisce il luogo della vicenda e i suoi abitanti sono i protagonisti. L'umile villaggio del Quattrocento con il suo fiume e le sue valli, con le sue miserie ma anche con l'inesausto e sapido brio della sua gente, assurge così ai fasti letterari, precedendo di un secolo altre località della campagna pavana immortalate dal Ruzzante.
Ci troviamo in un'osteria di Anguillara, sulla riva dell'Adige al confine del territorio padovano, agli inizi del Quattrocento. L'autore, che vi sosta in attesa di rientrare nel capoluogo dopo aver ricoperto il suo annuale incarico di Vicario, ci mette sotto gli occhi un frate questuante il quale, improvvisatosi attore-mimo, resuscita in una ininterrotta recitazione univoca una scena svoltasi nello stesso luogo vent'anni prima. Tutto prende le mosse da un povero scodellaro ambulante, originario di Como, che s'è fermato a fare uno spuntino. Chiede il conto e fa per andarsene, quando l'oste, in chiave tutta scherzosa lo accusa: prima di avergli teso una trappola tentando di fargli infrangere una pretesa "legge Bibia", poi di aver infranto in proprio la "legge Giulia". Si accende una lunga disputa che verrà arbitrata dallo stesso frate e vede attivi due altri compari: un lanaro e un pescatore. Ben presto il discorso prende la strada della parodia esercitata nei confronti dei ceti che affidano la propria realizzazione alla gloria delle armi e all'accumulo delle ricchezze, ma soprattutto vengono presi di mira gli intellettuali (specie gli accademici), le professioni liberali e quelle più decisamente lucrative (medici e giuristi). In sostanza è il mondo del potere cittadino a essere sbertucciato da questo "epicureo" osservatorio di campagna in cui, nei fatti oltre che nelle parole, si propone di continuo quale modello di vita migliore in assoluto quello basato sul mangiare, sul bere, sul divertimento. L'autore, che ufficialmente dichiara di condannare chi enuncia e pratica un simile trasgressivo proposito, non nasconde la simpatia per i suoi umili personaggi. Il lavoro, singolare e brioso è denso di preziose testimonianze d'epoca e ricco di aspetti divertenti e curiosi.
Il comune di Anguillara Veneta ha promosso, nel 1996, la pubblicazione dell'opera, uscita in edizione critica con la proposizione del testo in lingua italiana accanto all'originale latino e alla versione in volgare del 1482.
 
 
Bibliografia:
G. VEDOVA, Biografia degli scrittori padovani, Padova, Minerva, 1832, vol. II, pp. 119-123.
S. Polenton, Catinia. Traduzione italiana, introduzione e note di Paolo Baldan, Comune di Anguillara Veneta, 1996.
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